Lecce, 17 aprile 2026 – La Asl di Lecce apre ai ricoveri in attività libero-professionale intramuraria (Alpi). Un acronimo che i cittadini salentini hanno imparato a conoscere per l’attività ambulatoriale: se la lista d’attesa è intasata, “basta” rivolgersi all’Alpi, cioè pagare ben oltre il ticket, per ottenere una prestazione con un professionista dipendente della Asl disposto a visitare fuori dall’orario di servizio, ma sempre in struttura pubblica (intramuraria, appunto).
Ora il commissario straordinario, Stefano Rossi, ha deciso di definire il protocollo operativo per allargare tale attività anche ai ricoveri ed agli interventi chirurgici: i pazienti che hanno la disponibilità economica, quindi, potranno saltare la lista d’attesa rivolgendosi all’attività intramoenia. Basterà anche qui pagare l’onorario del professionista e dell’anestesista, i compensi spettanti al personale di supporto diretto, Irap e il 50 per cento della Drg, ossia il rimborso standardizzato che spetta alla struttura sanitaria per la prestazione effettuata. Prestazioni d’élite, dunque, che dipendenti della Asl potranno erogare al di fuori dell’orario di lavoro, utilizzando sale operatorie in coda all’attività istituzionale (o in giornate non utilizzate per interventi programmati).

Per la Cgil e la Fp Cgil il Protocollo va rivisto con criteri stringenti per evitare la privatizzazione anche dei ricoveri, la compressione dell’universalità del Sistema sanitario nazionale, l’intasamento delle liste d’attesa. Per queste ragioni i segretari generali provinciali Tommaso Moscara (Cgil) e Floriano Polimeno (Fp) hanno chiesto, con una lettera inviata anche all’assessore regionale alla Salute Donato Pentassuglia, un incontro urgente al commissario straordinario Rossi e nelle more la sospensione dell’efficacia della delibera numero 246 dello scorso 8 aprile.

Nella lettera viene espressa preoccupazione e sono definite anche alcune criticità di natura sindacale relative all’organizzazione del lavoro (orari, spazi, compensi), che non sono state affrontate prima di definire il Protocollo. “Va evitato in ogni modo di trasformare la sanità pubblica in sanità privata”, scrivono. I sindacati hanno ricevuto il Protocollo operativo allegato alla delibera a giochi fatti: “L’atto si inserisce nel solco di una strategia di lungo corso che mira a legittimare e istituzionalizzare un modo di intendere la sanità legato di fatto al censo”, dicono Moscara e Polimeno. “Avranno una corsia preferenziale per ricoveri ed interventi chirurgici coloro che dispongono di risorse finanziarie o aderiscono ad assicurazioni private. Lo stesso ricovero in ALPI rischia di diventare una scorciatoia per bypassare le liste d’attesa, al pari delle visite ambulatoriali. Più in generale esprimiamo preoccupazione per i rischi che tale pratica, se priva di una regolamentazione stringente, può arrecare al principio dell’universalità del Sistema Sanitario Nazionale, una conquista di civiltà raggiunta dal nostro Paese negli Anni Settanta”.
Per i sindacalisti il Protocollo operativo non specifica gli spazi riservati all’ALPI in regime di ricovero. “Non vorremmo che si realizzasse una sorta di promiscuità nei reparti tra pazienti in attività istituzionali e pazienti in ALPI, tra pazienti di Serie A e pazienti di Serie B, snaturando di fatto la natura collettiva e generalista di luoghi pubblici per antonomasia, come i reparti degli
ospedali. Tra l’altro, senza una direttiva chiara e l’assegnazione di spazi limitati e separati, non è possibile escludere, per assurdo, l’occupazione di tutti i posti-letto della degenza ordinaria di una Unità Operativa per ricoveri in ALPI”.
Altro aspetto delicato e da affrontare al più presto è quello economico. Intanto il paziente dovrà versare il 50% della Drg, lasciando a carico del Sistema sanitario regionale la restante parte. Eppure si prevede espressamente che gli operatori che non aderiscono all’Alpi debbano comunque garantire l’attività di diagnosi e cura degli assistiti in regime libero professionale. Quindi all’interno dell’orario di lavoro a vantaggio di un’attività sostanzialmente di natura privata. “E poi”, proseguono Moscara e Polimeno, “bisogna considerare l’intasamento delle liste d’attesa, proprio come accade per l’attività ambulatoriale. Potrebbe anche accadere che per un intervento chirurgico i pazienti salentini trovino conveniente e più tempestivo rivolgersi a sistemi sanitari regionali diversi da quello pugliese, alimentando la mobilità passiva e sovraccaricando la spesa sanitaria pugliese”.










