Il Nuovo Quotidiano di Puglia ha dedicato ieri due pagine (e l’apertura dell’edizione di Lecce) ai numeri degli elenchi anagrafici Inps, elaborati dall’Osservatorio regionale Previdenza e Fondi della Flai Cgil Puglia, sulla manodopera bracciantile nella provincia di Lecce.

Nel 2025, rispetto all’anno precedente, il lavoro nei campi della provincia di Lecce chiude in sostanziale pareggio con 16.583 lavoratori a tempo determinato iscritti agli elenchi anagrafici della provincia, ossia il principale indicatore dell’occupazione bracciantile (e non solo). Con appena 13 iscrizioni in meno rispetto al 2024 (compensati da un leggerissimo aumento delle giornate lavorate), il dato blocca un’emorragia che proseguiva ininterrottamente almeno dal 2016, quando gli iscritti furono 22.796. In 10 anni, dunque, si sono persi 6.213 posti di lavoro.

Le giornate lavorative. Un aspetto molto importante per comprendere la mole di lavoro in agricoltura è il dato sulle giornate lavorate. Nel 2018, primo dato disaggregato utile nello studio, si sfiorava quota 1,7 milioni di giornate (media di 78 giornate a lavoratore). Nel 2025, dopo anni di inesorabile calo, le giornate lavorate hanno raggiunto quota 1.393.428, giusto 211 in più rispetto allo scorso anno: un’inezia che, si spera, potrebbe dare avvio ad un rimbalzo occupazionale nei prossimi anni. La media di giornate lavorate è cresciuta fino a toccare le 84 giornate a lavoratore. La soglia delle 51 giornate di lavoro è stata toccata lo scorso anno dal 75% dei lavoratori. Dato su cui ha pesato come un macigno la nazionalità dei braccianti: gli stranieri che non raggiungono quella soglia sono il 46,75% (gli italiani nella medesima condizione sono solo il 19,75%). Non è un dato di poco conto, visto che “quota 51” è un obiettivo importante, giacché garantisce l’accesso alle prestazioni Inps: malattia, maternità, disoccupazione agricola.

Lavoratori stranieri. I dati degli elenchi anagrafici Inps, elaborati dall’Osservatorio regionale Previdenza e Fondi della Flai Cgil Puglia, registrano anche una fuga dalle campagne da parte degli italiani. La quota di lavoratori stranieri ai quali si applica il contratto provinciale per agricoli e florovivaisti (diffuso anche in tanti agriturismi) è progressivamente crescente: tocca nel 2025 il record di 3.486 unità, cioè il 21% del totale. Va specificato che in questi elenchi figurano solo i lavoratori residenti in provincia di Lecce, per cui non sono censite le centinaia di braccianti stranieri stagionali impiegate nella raccolta ortofrutticola estiva che attraversano l’Italia e giungono nei dintorni di Nardò tra maggio e settembre. Indiani (956), albanesi (423), senegalesi (357), rumeni (189), bangladesi (175), marocchini (169), pakistani (157) e nigeriani (141) sono i cittadini di nazionalità straniera residenti in provincia di Lecce occupati in agricoltura. Da sottolineare il vero e proprio boom di lavoratori indiani, senegalesi e bangladesi, praticamente raddoppiati in un solo anno.

I poli agricoli. Piccolo terremoto anche nelle aree geografiche a vocazione agricola. Da sempre i principali poli attrattivi sono stati Copertino, Nardò e Leverano, dove si concentrano attività legate alla viticoltura, alla raccolta ortofrutticola e al florovivaismo. Solo in questo triangolo produttivo, dal 2017 ad oggi si sono persi 1.612 lavoratori. La vera novità è l’ingresso sul podio dei territori a maggiore impiego di stagionali agricoli della città capoluogo: a Lecce gli operai sono 917 (il 70% in più rispetto ad 8 anni fa). Nello stesso periodo, tra i comuni a più alta vocazione agricola, perdono soprattutto Copertino (meno 41%), Leverano (meno 26%), Nardò (meno 30%), Martano (meno 31%), Veglie (meno 34%), Vernole (meno 44%), Carmiano (giù del 41%). Indicativi di un’applicazione del contratto provinciale verso settori meno tradizionali, come gli agriturismi, gli incrementi di lavoratori stagionali a Lizzanello (su del 29%), Gallipoli (sale del 10%), Cavallino (29%), Melpignano (61% in più) e Porto Cesareo (che cresce dell’8,5%).

L’intervista. “Dopo anni di crisi, questi dati rappresentano un piccolo segnale di vitalità”. Il segretario generale della Flai Cgil Lecce, Alessandro Fersini, legge con prudenza i dati relativi agli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli. “È vero, dopo oltre dieci anni, l trend di decrescita subisce una frenata. Ora non resta che sperare nel 2026 per tornare a crescere”, dice. “Il quadro generale non è del tutto roseo, ma è indicativo dei fenomeni che attraversano il cambiamento nel mondo agricolo salentino. La Flai resterà come sempre vigile sul rispetto dei diritti dei lavoratori e delle misure di sicurezza da parte delle aziende, sollecitando il la piena regolarità contributiva nel settore”.

Restano alcuni spunti di riflessione offerti dai numeri: “L’agricoltura salentina sta cambiando volto. La xylella ha, per forza di cose, rivoluzionato il paesaggio. Le aziende agricole puntano ora su l’olivicoltura intensiva e diversificano gli investimenti verso agrivoltaico e agriturismi. Certo, dal punto di vista delle giornate lavorative siamo molto lontani dal periodo precedente al disseccamento rapido dell’olivo. È significativo come, nelle località a forte vocazione turistica, si registri anche una media molto più alta di giornate lavorate: 130 a Ugento, 90 a Otranto, 80 a Melendugno, 70 a Gallipoli”.

Qualche preoccupazione in più arriva dal dato delle giornate lavorate riferito ai lavoratori stranieri: “Oltre a confermare il progressivo abbandono del lavoro bracciantile da parte degli italiani, temiamo che l’aumento di 600 braccianti stranieri in un anno e la contemporanea esiguità delle giornate cumulate da questi ultimi potrebbero essere spia di sfruttamento e caporalato”. Interessante anche l’approfondimento su età e genere degli operai agricoli. Le donne sono ben 7.190, la stragrande maggioranza delle quali italiane (appena 527 le straniere) e con più di 51 giornate lavorate (l’84,9%). Per quanto riguarda l’età si assiste ad un progressivo ritorno dei giovani nelle campagne: gli under 25 l’anno scorso sono stati il 10% della platea complessiva (il 26% se il limite di età raggiunge i 35 anni); nel 2018 costituivano l’8,3% degli operai (quelli sotto i 35 anni il 23%). Fa riflettere anche che una quota di oltre il 2% dei braccianti sia costituito da lavoratori con più di 67 anni, fatto che pone interrogativi dal punto di vista socio-economico oltre ad una questione di vera e propria sicurezza e salute sul luogo di lavoro”.

Dal punto di vista previdenziale, rispetto al 2024 è importante l’incremento delle giornate lavorate a Lecce (10mila in più), Melendugno (2mila in più) e Galatina (1.600 in più). “L’exploit di Lecce ridisegna la mappa dei territori a vocazione agricola, tradizionalmente confinati al triangolo Copertino-Nardò-Leverano. Resta sostanzialmente stabile l’altro grande circondario, ossia il polo florovivaistico di Taviano, che comprende anche le zone di Melissano, Alliste e Racale”. Le prossime sfide del sindacato riguardano la campagna ortofrutticola alle porte e la battaglia per il lavoro agricolo di qualità: “Faremo da pungolo alle istituzioni”, conclude Fersini. “Il 22 gennaio, data dell’ultima riunione, sollecitammo alla Prefettura un programma di incontri ravvicinati del tavolo permanente in materia di lavoro stagionale in agricoltura. Da allora sono passati tre mesi di silenzio. Quel coordinamento, che con il contributo di tutti i soggetti coinvolti ha garantito innegabili passi in avanti nell’accoglienza dei braccianti stranieri non residenti in provincia, rischia di riunirsi anche stavolta in ritardo, a campagna avviata e con decisioni prese su tavoli separati. Inoltre continuiamo a chiedere all’Inps di convocare la sezione territoriale della Rete del Lavoro agricolo di qualità, prevista dalla legge 199/2016, visto anche il rinnovato interesse delle aziende locali per le possibilità offerte dall’iscrizione alla Rete nazionale”.