Lecce, 1° aprile 2026 – Il testo integrale dell’intervento del segretario generale Tommaso Moscara, pubblicato oggi in prima pagina sul Nuovo Quotidiano di Puglia:

“Un silenzio assordante che ferisce chi, ogni giorno, vive e difende il Salento. Il nostro territorio, e con esso il Mezzogiorno intero, sta sprofondando in una quiete che non è quella positiva della pace, ma quella terrorizzante dello spopolamento. Un’emorragia lenta e inesorabile che spegne insegne e luci delle case, vestendo di un’aura spettrale tanti dei nostri borghi. Oltre il dato statistico, spaventano la realtà di oggi e le proiezioni di domani. Un dolore civile ci impone di gridare la necessità di una nuova Questione Meridionale che non è retaggio di quella ottocentesca o novecentesca, ma una vera e propria sfida di sopravvivenza, di dignità, di identità e comunità, di restanza. Oggi restare al Sud, o tornarci a vivere e lavorare, è forse l’atto più rivoluzionario a disposizione dei giovani.

Per troppi anni abbiamo accettato il racconto anestetizzato della “fuga dei cervelli”, quasi fosse un rito di passaggio naturale e non quello che è per davvero: un esilio forzato. I nostri giovani non partono col sorriso della scoperta, ma con l’amarezza di chi si sente tradito. Tradito dalle generazioni precedenti, incapaci di costruire condizioni di crescita personale ed economica. Tradito da un sistema che snatura la propria terra. Tradito da un chi ha creato un contesto in cui il lavoro di qualità è ormai raro, mentre abbondano precarietà e condizioni umilianti. Il sindacato tocca con mano quanto lavoratrici e lavoratori siano sotto ricatto. Quando manca o è povero, il lavoro smette di essere strumento di libertà ed emancipazione, come descritto dalla Costituzione, per diventare un “favore”, un privilegio che espone soprattutto le giovani generazioni al ricatto: del datore di lavoro, ma anche della vecchia politica fatta di promesse elettorali sempiterne. Il Sud, che qualcuno vuol mantenere al rango di serbatoio di voti, è piuttosto un laboratorio di talenti, di intelligenze che spesso costruiscono il proprio futuro altrove, facendo le fortune di altri territori.

Sarà difficile insistere sulla “restanza” o sulla “tornanza” fino a quando Salento e Mezzogiorno saranno considerati solo una “cartolina per le vacanze”. Un’idea tossica che svilisce le vocazioni agricola e manifatturiera, di ricerca in settori innovativi. Non siamo solo turismo, un parco giochi aperto tre mesi col motore a pieni giri in tre settimane agostane. Non possiamo considerarci felici di un sistema che crea 30mila precari all’anno, spesso impiegati in lavori grigi o sottopagati. Al Salento serve un vero e proprio piano industriale capace di parlare il linguaggio del futuro, che governi la transizione ecologica. La svolta green non sia vissuta come minaccia, ma come riscatto. Siamo un potenziale hub energetico e tecnologico piazzato nel cuore del Mediterraneo. Senza sconvolgere il paesaggio, possiamo costruire qui le basi per un rilancio che punti sulla logistica avanzata, sull’idrogeno verde, sull’agrivoltaico sostenibile (non megaimpianti, ma un approccio armonioso tra produzione agricola ed energetica). Un nuovo approccio per creare un lavoro di qualità capace di restituire dignità e autonomia. La nuova Questione Meridionale non può prescindere da competenze digitali, rispetto dell’ambiente e soprattutto da infrastrutture di cittadinanza.

Tommaso Moscara, segretario generale della Cgil Lecce

Mentre una parte della politica nazionale fa del Ponte sullo Stretto un talismano, noi cittadini del Sud abbiamo bene in mente cosa ci serve per vivere dignitosamente, per far restare da noi i nostri figli: una rete ferroviaria elettrificata e moderna, l’alta capacità fino a Lecce, strade sicure, infrastrutture digitali. Solo così un ingegnere può continuare a vivere a Gagliano del Capo lavorando per il mercato globale. Abbiamo bisogno di avere parità di accesso ai diritti alla salute ed alla mobilità rispetto ai nostri connazionali di Milano. E gli investimenti in queste infrastrutture sociali e materiali creerebbe lavoro di qualità diretto e indiretto.

I giovani meridionali sono tutt’altro che apatici. Lo hanno dimostrato rispondendo con forza sulle questioni reali sollevate dagli ultimi due referendum, quello sul lavoro proposto dalla Cgil e quello sulla magistratura. Hanno dimostrato di voler incidere direttamente sulla sostanza delle leggi: non cercano il “posto” promesso dal candidato; piuttosto aspirano ad una società giusta. Sono il nostro capitale più prezioso: non continuiamo a guardarli mentre chiudono la valigia. Alla classe dirigente politica rivolgo un appello che nasce dalla responsabilità di chi rappresenta la condizione di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori salentini: accantonate gli slogan e mettete in campo una proposta capace di liberare i cittadini, specie i più giovani, dal bisogno e dal ricatto. Facciamola finita con la rassegnazione: è l’ora di una visione ampia e realistica, di una Questione meridionale 5.0 capace di ridare ai territori del Sud futuro e libertà, diritti ed emancipazione”.