L’intervento sulla prima pagina del Nuovo Quotidiano di Puglia del segretario generale della Cgil Lecce sul progetto di sicurezza per la movida di Lecce e Gallipoli, che vede l’impiego di steward.
di Tommaso Moscara *
La sorpresa con cui l’assessore alla Sicurezza del Comune di Lecce, Giancarlo Capoccia, commenta i puntuali e fondati giudizi espressi su Nuovo Quotidiano di Puglia da Antonio Ianne, segretario generale del Silp di Lecce, circa l’impiego a Lecce di steward privati per tenere sotto controllo la movida, non ci sorprende. La sicurezza non ha colore politico, sostiene l’assessore. Che però omette di dire che, anche sul tema della sicurezza, è il retaggio culturale a definire obiettivi e strategie dell’azione politica. È indubbio per esempio che il progetto in questione, che pare sia concordato e finanziato dai gestori dei locali, sembra rispondere ad una logica di gestione privatistica dei diritti e degli spazi pubblici. Una logica che in Italia conosciamo bene perché ha già investito e travolto il diritto alla salute, in cui lo Stato va ritirandosi dal territorio. Esattamente come ha scritto Antonio Ianne nel suo intervento. Parole che forse hanno provocato la replica dell’assessore, questa sì infondata.

Il segretario del Silp, nel dire la sua sull’attività avviata lo scorso weekend, è stato finanche ovvio: progetti di questo tipo possono esistere solo perché gli organici delle forze dell’ordine sono ridotti all’osso. Mentre il sindacalista, che rappresenta tuttalpiù gli iscritti al suo sindacato e non già le forze dell’ordine (come improvvidamente dichiarato dal membro della giunta comunale), allarga il discorso sul piano nazionale e delle politiche del Governo, l’assessore lo confina a questione di quartiere. Ianne indica la luna, Capoccia guarda il dito.
La Cgil Lecce non mette in dubbio la professionalità degli steward impiegati a Lecce come a Gallipoli, del tutto privi (per fortuna) dei poteri propri dei pubblici ufficiali per tenere sotto controllo la malamovida e per prevenire eventuali episodi di violenza e disordine. Far passare il progetto come un “potenziamento della sicurezza” è però una forzatura. È semmai un artificio, anche pomposo, per nascondere un problema più grande: la carenza del personale di pubblica sicurezza, causata dal continuo disinvestimento operato nei servizi pubblici. Piaccia o no, è questa la causa della difficoltà a garantire piena sicurezza. Solo in provincia di Lecce, ad esempio, nel 2024 si è perso circa il 10 per cento del personale di polizia (49 unità): ciò comporta una minore capacità di controllo del territorio. I Comuni c’entrano poco; c’entrano le politiche dei vari governi che si sono succeduti negli anni. Inoltre le questioni tecniche sottolineate da Ianne, legittime e circostanziate dal punto di vista di un operatore della polizia, ed i dubbi sulla catena di comando e i potenziali conflitti di interessi in gioco sono tutto fuorché vaghi, infondati o addirittura sorprendenti. Conosciamo bene i contenuti del protocollo, sottoscritto da 21 soggetti pubblici e privati (comprese 9 amministrazioni comunali): ciò non toglie che esso possa essere stato determinato dalla necessità di rispondere ad un bisogno (la carenza di sicurezza percepita) le cui cause sono state ben evidenziate da Ianne. Bisognerebbe fare tesoro dei possibili appunti, soprattutto di quelli che vogliono prevenire eventuali difficoltà o storture nella sua applicazione. Sarebbe questo il vero senso di un modello di “sicurezza partecipata”. Partecipata anche da chi si augura che agli steward siano garantite piene condizioni di sicurezza e rispetto dei propri diritti lavorativi. A loro come a tutti gli altri dipendenti dei locali che finanziano il progetto. A dirla tutta, infatti, stupisce che il prefetto non abbia inteso convocare anche le organizzazioni sindacali per definire situazioni così impattanti per il personale impiegato.
L’assessore non è nuovo a reazioni scomposte di fronte ad alcuni nervi scoperti. Ad esempio una certa allergia alle critiche, che è un tratto distintivo della sua amministrazione quando in gioco ci sono “bene comune”, “diritti del lavoro”, “interessi generali”. Basti pensare alla gestione di alcune iniziative della giunta: i tornelli al campo scuola Montefusco, l’ampliamento del filobus, la short-list di professionisti pronti a lavorare gratuitamente per la città, i disagi vissuti dal personale del Comune e delle società partecipate. Sono solo alcuni esempi del modo di intendere la gestione della cosa pubblica: zero confronto, soprattutto sulle questioni attinenti il lavoro, incapacità di indagare le reali cause dei problemi, specie se queste risiedono in responsabilità chiare e precise del governo nazionale.
Infine un’ultima rassicurazione all’assessore Capoccia: nessun pregiudizio ha animato le parole di Antonio Ianne. Semmai l’esperienza di oltre 40 anni di onorato servizio e la capacità di farsi carico e rappresentare le reali esigenze del territorio. Servono rigore nelle parole e rispetto per chi lavora ogni giorno sul territorio: è un invito che l’assessore Capoccia farebbe bene a rivolgere a sé prima che ad altri.
*Segretario generale della Cgil Lecce










