Lecce, 5 luglio 2026 – L’intervento di Mirko Moscaggiuri, segretario confederale della Cgil Lecce con delega al Mercato del lavoro, pubblicato ieri sul Nuovo Quotidiano di Puglia
“Il mercato del lavoro nel Mezzogiorno e nel Salento sta attraversando una fase di profonda contraddizione. Da un lato, i dati ufficiali registrano una tendenza di crescita del tasso di occupazione (Sud al 50%, Puglia al 51%, Lecce al 53,9%); dall’altro, un’analisi più profonda e analitica rivela che questo incremento è “drogato” da forme di lavoro precario, sotto-retribuito e grigio, e anche dall’andamento demografico. Se il numero di occupati resta più o meno lo stesso e il totale della popolazione in età da lavoro cala, il tasso cresce. È il cane che si morde la coda: le stesse condizioni di lavoro, vero e proprio “difetto di crescita”, provocano la fuga dei giovani e lo spopolamento.
I mali che affliggono il mondo del lavoro locale sono molteplici. In provincia di Lecce il lavoro del Partenariato Economico e Sociale di Lecce ha evidenziato come la proliferazione dei cosiddetti “contratti pirata” alteri il mercato, dando veste legale ad accordi al ribasso. Questi accordi collettivi stipulati da associazioni datoriali e sindacali minoritarie e non rappresentative sostituiscono i contratti leader. L’impatto economico sui lavoratori è devastante e insostenibile. Nel turismo salentino il fenomeno riguarda una grossa fetta degli addetti (oltre il 16%): lavorano con stipendi inferiori anche del 23,8%, perdono la quattordicesima, hanno lo straordinario sottopagato, godono di meno permessi, versano meno contributi previdenziali, fanno riferimento ad una disciplina di malattia sfavorevole.
Ma non è il solo dumping contrattuale a penalizzare i lavoratori. Oltre al precariato ed al lavoro sotto-retribuito, dilaga in provincia il fenomeno del part-time involontario e falso, una delle forme più diffuse di lavoro grigio. Al lavoratore viene fatto firmare un contratto regolare a tempo parziale (ad esempio, per 18 o 20 ore settimanali) con riposo settimanale, ma la prestazione effettiva sul luogo di lavoro copre l’orario di un tempo pieno (da 36 ore in su) e, nel caso degli stagionali, sette giorni su sette. La quota di ore eccedenti, quando viene pagata, è un odioso “fuori busta” a tariffe orarie irrisorie. E se non si accettano le condizioni il ricatto del licenziamento è dietro l’angolo, generando in tal modo sfruttamento ed un’enorme evasione contributiva e fiscale.
I dati statistici che celebrano l’aumento dei posti di lavoro al Sud descrivono dunque una realtà molto parziale. Viene conteggiato come occupato, anche chi lavora poche ore alla settimana nel periodo di riferimento. Sono impieghi che di sicuro non garantiscono il diritto al lavoro ed alla retribuzione stabiliti dalla Costituzione. Due fenomeni apparentemente lontani, ossia il calo demografico e il (giusto) rifiuto da parte delle nuove generazioni di condizioni di puro sfruttamento, rende introvabili lavoratori in settori chiave: turismo, agricoltura, servizi, edilizia e comparti tecnici. Non è la mancanza di voglia di lavorare alla base di questa tendenza, piuttosto è l’impossibilità di sopravvivere con le retribuzioni offerte.

Dumping contrattuale e lavoro grigio, oltre a rappresentare un dramma sociale per i lavoratori, costituiscono un fattore di grave alterazione del mercato e di concorrenza sleale tra le imprese. Le aziende che tagliano retribuzioni e diritti dei lavoratori, applicando contratti pirata o falsi part-time, abbattono immoralmente (quando non illecitamente) il costo del lavoro. È il loro modo speculativo per offrire prodotti e servizi a prezzi stracciati. Così però danneggiano tutte quelle imprese che, al contrario, scelgono di rispettare la legalità, i diritti ed il giusto salario, pagando correttamente tasse e contributi.
A breve arriveranno al pettine altri nodi, che andranno ad aggiungersi a quelli del lavoro povero e del dumping: è pronto ormai anche il conto salato delle carriere discontinue prodotte dal mito della flessibilità. Fin troppo facile prevedere il crollo del potere d’acquisto delle pensioni. Molti anziani sono già oggi costretti a continuare a lavorare per compensare la perdita di potere d’acquisto. Salari da fame, sfruttamento legalizzato, assenza di prospettive: un cocktail che ha come unica, drammatica via d’uscita l’emigrazione dei giovani neodiplomati o laureati verso il Nord o all’estero.
Le istituzioni possono porre un freno a questa deriva. A partire dall’attività di vigilanza. Per la Cgil di Lecce è fondamentale e urgente che il Ministero del Lavoro, l’Inps e gli organi ispettivi preposti intensifichino i controlli sul territorio, incrociando le banche dati per stanare i falsi part-time e l’orario di lavoro sommerso. Le aziende scorrette e chi pratica il dumping contrattuale vanno sanzionati. È possibile poi agire sulle forme di incentivo pubblico (come sgravi o accesso agli appalti): vanno garantite solo a chi applica i contratti leader e rispetta i dipendenti. Infine Governo e Parlamento possono valorizzare i contratti sottoscritti dalle associazioni datoriali e sindacali maggiormente rappresentative, stabilendo che i minimi definiti dai contratti leader debbano costituire la soglia minima legale sotto la quale nessuna azienda può scendere.
Occorre agire quanto prima: senza questi correttivi, il Mezzogiorno e il Salento finiranno per diventare terra di sfruttamento, lavoratori poveri ed anziani”.










