Primo Maggio 2026, Moscara: “Cittadinanza basata sul diritto al lavoro”

cgil bandiera

Di seguito l’intervento pubblicato questa mattina dal Nuovo Quotidiano di Puglia a firma del Segretario generale della Cgil Lecce, Tommaso Moscara, sul Primo Maggio

 

di Tommaso Moscara*

 

Il Primo Maggio non è mai stata una ricorrenza neutra. È nata dal sangue e dalle rivendicazioni, dal bisogno profondo di sottrarre il tempo della vita al dominio assoluto della produzione. Ma oggi, nel 2026, mentre le piazze si riempiono di bandiere e i palchi ospitano i soliti riti collettivi, c’è un retrogusto amaro che attraversa l’Italia, che al Sud diventa un nodo alla gola impossibile da ignorare, che ci spinge a chiederci: esattamente, che cosa stiamo festeggiando? Se guardiamo alla realtà del Mezzogiorno, la sensazione non è quella di un progresso che libera l’uomo, ma di un vertiginoso salto all’indietro, verso un’epoca di sfruttamento che credevamo sepolta nei libri di storia. Sembra che si sia persa la bussola. Che il tema “Lavoro dignitoso”, posto al centro delle celebrazioni di quest’anno da Cgil Cisl e Uil, sia ormai passato in subordine, sparito dall’agenda politica. Oggi il lavoro è sempre più precario, sottopagato, insicuro, fiaccato dai contratti pirata, messo in pericolo dal dilagare incontrollato e sregolato dell’intelligenza artificiale.

Il segretario generale della Cgil Lecce, Tommaso Moscara

Qui al Sud, per anni ci hanno riempito le testa con la narrazione, zuccherosa e mistificatoria, sulla “generazione nomade”. Ci hanno raccontato che i giovani non vogliono il posto fisso, ma amano il cambiamento, che per loro la stabilità è una gabbia. La realtà che osserviamo nel Sud è un’altra. Qui il cambiamento non è una scelta: è una condanna. Non si cambia lavoro per crescere o per seguire una vocazione, ma perché il contratto scade, perché l’azienda chiude o perché il bando è scaduto. Quasi sempre perché la stagione è finita. Il feticcio della flessibilità, brandito per decenni da imprenditori e una certa politica, ha rivelato il suo vero volto: è sinonimo di precarietà strutturale, di soffocamento di ogni visione di futuro. I giovani del Mezzogiorno non fuggono dal posto fisso. Cercano piuttosto un luogo che permetta loro di immaginare una casa, un progetto, un’identità sociale. Senza contare il legame stretto tra lavoro povero (o irregolare o assente) e inverno demografico: creare una famiglia non è più un passaggio naturale dell’età adulta, ma una scommessa folle contro la statistica e contro le banche.

La contrattazione in questo scenario resta uno degli strumenti principali per ridare valore al lavoro. Tra i veleni più tossici di questi ultimi anni figura la proliferazione di contratti sottoscritti da soggetti dalla dubbia capacità rappresentativa. Contratti applicati, quando va bene, a poche migliaia di lavoratori e che assecondano le esigenze dei datori di lavoro a detrimento dei diritti e dei salari dei lavoratori. Una concorrenza sleale verso i contratti sottoscritti dalle organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative. In provincia di Lecce oggi si incontrano questi contratti nei settori dei servizi, della logistica, del turismo. Imbattersi in questi contratti per i lavoratori significa entrare in aziende che considerano la sicurezza, i salari, i diritti come optional, costi da tagliare. Un microcosmo (che va crescendo) di “illegalità legalizzata”, nel quale le ferie e i permessi sono concessioni. “Se ti servono due giorni, poi recuperi”, è la frase standard dietro la quale si cela il ricatto del non-rinnovo. Persino la malattia fa paura: ammalarsi significa rischiare il posto o subire decurtazioni su buste paga già misere. Stiamo vivendo un ritorno generalizzato al cottimo, aggravato dalla reperibilità h24 garantita dalla nuova tecnologia, per cui nella nuova forma di schiavitù moderna il tempo libero è totalmente subordinato alla disponibilità verso l’azienda. Insomma, il diritto che i padri Costituenti posero a fondamento della cittadinanza, il lavoro appunto, è ormai svilito al rango di un favore.

In questo scenario, il Primo Maggio non può restare una celebrazione rituale o una parata retorica. Deve tornare a essere un momento di incontro, ideale e civile. Il lavoro non è una merce. Il lavoratore non è un ingranaggio. Nella loro Festa, lavoratrici e lavoratori devono rivendicare i propri diritti, affinché la modernità non segni un ritorno allo sfruttamento generalizzato e l’innovazione serva a garantire maggiori tutele, non a eluderle. Sia la Festa di chi resiste al Sud, di chi pretende un salario minimo dignitoso, di chi dice no al ricatto dei contratti pirata e di chi rivendica il diritto alla stabilità come precondizione essenziale per essere cittadini liberi. Perché senza stabilità non c’è famiglia. Senza famiglia non c’è comunità. E senza il progresso della comunità, la parola “festa” rischia di essere un insulto alla dignità di chi ogni giorno produce una ricchezza goduta da altri.

*Segretario generale Cgil Lecce