Lecce, 14 settembre 2026 – L’intervento del segretario generale, Tommaso Moscara, pubblicato oggi in prima pagina dal Nuovo Quotidiano di Puglia, nell’ambito del dibattito sull’inverno demografico che sta colpendo la Puglia ed il Salento.
“Sulla Puglia e la sua crisi demografica i numeri sono noti: piramide capovolta, territorio tra i più anziani, calo di residenti, fuga dei giovani. Il Nuovo quotidiano di Puglia ha in questi giorni ospitato un dibattito ricco di cifre ed analisi sul tema. Il dato che più racconta la ferita del territorio è il reddito: tolti i centri urbani più grandi, si guadagna molto meno della media nazionale e meridionale. Una condizione che rende difficile per molti ragazzi l’idea di costruirsi una vita dignitosa, il pensiero di una famiglia, la visione di un futuro. Il forte tasso di emigrazione dei nostri giovani e il calo delle nascite sono una diretta conseguenza di questa incertezza. Raccontare la crisi, però, non basta più: bisogna decidere cosa fare.
Spente le luminarie e abbassati i decibel di festival e concerti, anche quest’anno ci ritroviamo a fare i conti con il mese di settembre: ossia col ritorno alla realtà. Una vita fatta di partenze, di spopolamento, di servizi assenti, di un territorio ormai ostile ai residenti, di vertenze per lo sfruttamento che caratterizza i periodi di maggior lavoro, di prezzi impazziti dopo la sbornia estiva, di case sfitte, di sussidi al posto dei salari. Una terra, specie il Salento, che “aspetta sempre l’inverno per desiderare una nuova estate”, come cantava il compianto Francesco Guccini. Puntualmente dopo la ribalta, torna il buio: è un cortocircuito che spiega benissimo quanto il nostro modello di sviluppo vada ripensato, non celebrato. Un sistema economico sempre più aggressivo nei confronti del territorio, fortemente estrattivo e stagionale, che crea per decine di migliaia di lavoratori condizioni di sussistenza. Un problema ancor più avvertito nelle zone a nord e a sud di Bari, entrambe fortemente caratterizzate dalle medesime vocazioni per turismo ed agricoltura.
La prima scarica sulla collettività il costo di uno schema incapace di generare occupazione stabile e ricchezza diffusa. In Capitanata e nel Salento il nodo dell’inverno demografico si scioglierà quando finalmente si interverrà sulla questione salariale, perché precarietà, sfruttamento, demansionamento, lavoro nero, dumping contrattuale sviliscono qualsiasi vocazione, soffocano qualsiasi idea di futuro o di restanza. Il turismo potrebbe essere leva di sviluppo, ma resta largamente marginale rispetto alla continuità occupazionale e senza una visione, una direzione, senza regole e controlli.

La seconda, l’agricoltura, presenta il conto ogni estate: morti anche cruente, esclusione sociale, storie di sfruttamento. Abbiamo produzioni di alta qualità che però in gran parte vengono trasformate e conservate fuori regione. Il valore aggiunto, e con esso i posti di lavoro qualificati e continuativi, si crea altrove. Ed anche la maggior parte delle povere retribuzioni vanno ad una manodopera “nomade” spesso residente in altre regioni. Agricoltura e agroindustria potrebbero essere un motore di sviluppo, se solo si investisse davvero nella filiera.
C’è poi un altro fronte di economia estrattiva che penalizza territorio e abitanti: quello energetico. Assistiamo, spesso inermi, all’arrivo di grandi major che stanno letteralmente seppellendo intere campagne sotto distese di pannelli solari. Ettari su ettari di terreni agricoli fertili e di paesaggio che facevano parte della nostra storia, della nostra identità. Nessuno ci ha ancora spiegato che fine farà quell’energia, né se il territorio che la produce ne trarrà un beneficio reale, in termini di occupazione o sconti in bolletta.

Tendenze angoscianti, sulle quali incombe la paura dell’isolamento, del gap infrastrutturale, dell’impatto dell’autonomia differenziata su trasporti, istruzione e sanità. Solo una Puglia realmente policentrica può pensare di superare nel tempo queste criticità. Ecco perché il tempo delle sole analisi è finito: serve ora una cabina di regia capace di mettere insieme i territori, le istituzioni locali, le associazioni datoriali, le organizzazioni sindacali, studiosi ed esperti per costruire una programmazione di breve, medio e lungo periodo capace di valorizzare (non depauperare) le risorse, il capitale naturale e umano dei territori pugliesi, per creare lavoro strutturato su dodici mesi all’anno. Capitanata, Terra di Bari e Grande Salento sotto il coordinamento regionale possono diventare artefici del proprio destino, a patto di attivare percorsi virtuosi di coesione territoriale e copianificazione, senza sterili particolarismi e provincialismi.

La Cgil è pronta a portare le proprie proposte con spirito di apertura al contributo di tutti: contratti di filiera per legare produzione, trasformazione e conservazione agroalimentare al territorio; un piano straordinario di ispezioni e sanzioni contro lavoro nero e caporalato in tutti i settori; formazione professionale per trattenere i giovani nelle imprese locali; regole chiare sul consumo di suolo per gli impianti energetici, vincolate a ricadute economiche sui territori; valorizzazione dell’edilizia per l’adeguata infrastrutturazione del territorio e la rigenerazione urbana e paesaggistica a vantaggio prima di tutto dei residenti; riscoperta della vocazione manifatturiera di alta qualità; un piano di destagionalizzazione turistica per valorizzare entroterra, cultura ed enogastronomia.
Occorre far presto perché il tempo per cambiare rotta è agli sgoccioli: ogni stagione che passa senza cambiare il modello di sviluppo lascia poi il territorio alla deriva, abbandonato alla sua marginalità geografica e quasi rassegnato alla fuga dei suoi giovani”.










