L’intervento integrale di Luca Toma e Alessandro Fersini, segretari generali provinciali di Fillea e Flai, pubblicato oggi su Nuovo Quotidiano di Puglia
di Luca Toma e Alessandro Fersini*
Il nostro sistema economico non riesce a garantire condizioni di vita e di lavoro degne a tanti lavoratori stranieri. A testimoniarlo due fatti di cronaca geograficamente distanti, ma accomunati da una contraddizione: i lavoratori migranti, per quanto siano ormai indispensabili alla tenuta produttiva del Paese, in particolare in edilizia e agricoltura, restano i più vulnerabili, i più bersagliati da un modello che ricerca alti profitti imponendo ritmi ossessivi di lavoro. I fatti di cronaca, dunque. Il primo dalla ricca Lombardia. Milano, settore edile: la magistratura sta facendo luce su un presunto sistema di caporalato che coinvolge centinaia di lavoratori indiani impiegati nel cantiere del consolato Usa. Sarebbero stati reclutati con forti costi d’ingresso, pagati con salari irrisori, sottoposti a condizioni di sfruttamento senza limiti orari. Il secondo giunge come un pugno nello stomaco da Amendolara, in Calabria, profondo Sud: le immagini scioccanti di un minivan dato alle fiamme con all’interno quattro migranti che chiedevano al caporale il salario. Quattro vittime della più bieca crudeltà umana, ma anche di un sistema produttivo fondato su caporalato e sfruttamento intensivo del lavoro.

La contraddizione è alimentata anche da una legislazione incompatibile con le esigenze di manodopera delle imprese e con i principi di civiltà e tutela dei diritti. La legge Bossi-Fini, subordinando il permesso di soggiorno all’esistenza di un contratto di lavoro, espone infatti il lavoratore migrante a ricatti e vessazioni: perdere l’occupazione può tradursi anche nella perdita del diritto a rimanere nel Paese. Eppure, si diceva, i migranti sono essenziali. Anche a livello locale. I dati del sistema bilaterale dell’edilizia fotografano un vero e proprio boom di presenze di lavoratori stranieri nel settore: da 682 nel 2019 a 1.549 nel 2025. In agricoltura (fonte Inps), nello stesso periodo, i braccianti stranieri iscritti agli elenchi anagrafici sono raddoppiati da 1.897 a 3.485. In entrambi i casi la percentuale di stranieri è raddoppiata in sei anni (ora al 15% in edilizia e al 21% in agricoltura).
Questa forte crescita è stata un fattore determinante per sostenere il boom del settore delle costruzioni, alimentato dagli investimenti del PNRR e dagli incentivi del Superbonus, compensando la carenza di manodopera disponibile nel comparto e confermando come questi rappresentino una risorsa strutturale ed irrinunciabile per sostenere gli apparati produttivi. Ma anche in agricoltura, senza i braccianti stranieri molti prodotti resterebbero nei campi e le nostre tavole vuote.

Non siamo quindi di fronte a un fenomeno emergenziale, ma a una trasformazione strutturale del mercato del lavoro. Da anni le imprese segnalano difficoltà nel reperire manodopera qualificata, mentre il nostro Paese affronta una crisi demografica sempre più evidente: diminuiscono le nascite, cresce l’età media della popolazione e si riduce il numero delle persone in età lavorativa. In questo scenario, il contributo dei lavoratori migranti rappresenta una risposta concreta a una delle principali sfide che riguardano il futuro del sistema produttivo italiano.
Edilizia e agricoltura sono tra i comparti che maggiormente beneficiano di questo apporto. La contraddizione è ancor più evidente nel primo settore. Le elaborazioni sui fabbisogni occupazionali delle imprese edili evidenziano infatti come oltre un terzo delle assunzioni programmate nelle costruzioni riguardi lavoratori stranieri. Allo stesso tempo, gli operai specializzati delle costruzioni figurano stabilmente tra le professionalità più richieste dal mercato del lavoro. Da un lato, dunque, crescono il peso dei lavoratori migranti nel settore e le esigenze di maestranze qualificate; dall’altro emergono con forza fenomeni di sfruttamento ed il ritorno a pratiche di reclutamento e gestione della manodopera da avversare con determinazione. Chi fa leva sul bisogno e sulla fragilità delle persone per comprimere salari, aggirare i contratti e ridurre i costi attraverso l’illegalità, altera la concorrenza, penalizza le imprese sane e abbassa la qualità del lavoro.
Sarebbe più giusto ed utile regolarizzare la condizione dei migranti per sottrarli ai ricatti, creare corridoi sicuri per governare i flussi migratori, favorire l’integrazione, rafforzare la formazione professionale, contrastare il dumping contrattuale, applicare la legge 199/2016 contro caporalato e sfruttamento, garantire sicurezza e tutele in ogni cantiere e in ogni campo di raccolta. In edilizia, in particolare, occorre rafforzare i controlli lungo tutta la filiera degli appalti e dei subappalti, colpire chi sfrutta e premiare le imprese che rispettano le regole. In agricoltura governo e Inps dovrebbero far funzionare le sezioni territoriali della Rete del Lavoro agricolo di qualità.
I lavoratori migranti non rappresentano quindi una soluzione temporanea. Sono già oggi una componente essenziale del lavoro in edilizia e agricoltura italiane e del loro futuro. Riconoscerne il ruolo significa guardare con realismo alle trasformazioni del mercato del lavoro e costruire un’economia più forte, più qualificata, più sicura e più inclusiva.
*Segretari generali Fillea Cgil Lecce e Flai Cgil Lecce









