Pubblichiamo l’intervento del segretario generale Tommaso Moscara, pubblicato oggi dalla Gazzetta del Mezzogiorno
di Tommaso Moscara*
I partiti, un tempo scuole di pensiero e di formazione per le classi dirigenti, non vanno distrutti o semplicemente affiancati. Piuttosto vanno abitati e rigenerati, per trasformarli da dentro. C’è un’immagine potente che emerge dalle cronache politiche recenti della Puglia, condensata nel titolo di un’assemblea pubblica che ha riunito a Bari le anime del civismo progressista: “Salvare il fuoco”. Le parole di Giuseppe Fornari pubblicate sulla Gazzetta e l’impegno di realtà come “Lecce città pubblica” e “La Giusta causa” intercettano un bisogno reale, pulsante, quasi doloroso. È la richiesta di una comunità che non vuole rassegnarsi al ruolo di spettatrice, che rifiuta di essere ridotta a un semplice applauso preconfezionato in vista delle scadenze elettorali. C’è un’Italia, ed esiste una Puglia, fatta di professionisti, giovani, associazioni e cittadini che conservano intatta la passione pubblica, ma che faticano a trovare luoghi in cui sentirsi autenticamente protagonisti. L’analisi di questa spinta dal basso è intrisa di un’empatia profonda per chi cerca ancora di tenere accese quelle fiamme della legalità, dei diritti, del lavoro dignitoso e della giustizia sociale.

Eppure, questa encomiabile necessità di “mantenere acceso il fuoco senza trasformarlo rapidamente in un apparato” ci pone di fronte a un interrogativo cruciale, che attraversa la storia politica italiana degli ultimi decenni. In un’epoca contrassegnata dalla crisi profonda, se non dalla scomparsa identitaria, dei partiti tradizionali, il civismo sembra ovunque prendere piede, presentandosi come l’unica alternativa credibile. Ma cosa può rappresentare, nel lungo periodo, una forma non organizzata, strutturalmente fluida e spesso esposta a derive populistiche? Come si può pensare che il civismo, pur animato dalle migliori intenzioni territoriali, possa strutturare una seria e coerente narrazione nazionale?
Il rischio dell’isolamento è dietro l’angolo. Spesso il civismo nasce dalla sacrosanta accusa verso i partiti storici, percepiti come “caste” chiuse, verticali, autoreferenziali e distanti dalla vita reale delle persone. Un’accusa che, per molti versi, trova riscontri amari nella realtà. Tuttavia, la risposta a questa degenerazione rischia talvolta di produrre lo stesso male che si propone di curare. Senza una visione d’insieme, senza una struttura democratica trasparente e un respiro che vada oltre i confini del proprio campanile, anche il civismo può trasformarsi in una micro-casta. Un nucleo chiuso, protettivo, limitato a un ambito locale privo di sbocchi strategici, nel quale il rischio di scivolare nel personalismo e nel populismo di ritorno diventa altissimo.
Se guardiamo indietro, ci accorgiamo che cambiano i tempi e si aggiornano i termini, ma le dinamiche profonde restano simili. Negli anni Ottanta i partiti andavano alla ricerca spasmodica della cosiddetta “società civile”, una formula quasi magica per legittimarsi e attingere a nuove energie. Oggi quella stessa urgenza si è tradotta nel termine “civismo”. Ma la domanda di fondo rimane inevasa: perché si accusano i partiti di essere caste e poi, nel tentativo di sostituirli, si creano strutture altrettanto esclusive o legate al destino del singolo leader locale?
È giunto il momento di una riflessione coraggiosa e controcorrente. I partiti, nella storia della nostra Repubblica e nell’architettura della nostra Costituzione (si pensi all’articolo 49), sono stati fondamentali nella costruzione della democrazia. Sono stati palestre di vita, scuole di pensiero, formatori di classi dirigenti preparate, luoghi in cui il conflitto sociale si trasformava in progetto politico e la frammentazione individuale diventava sintesi collettiva. Non possiamo rinunciare a questa eredità. La vera sfida non è distruggere il contenitore, ma abitarlo e rigenerarlo. Bisogna trovare il modo di incidere da dentro.
Se lo scopo autentico è migliorare le nostre città, se l’obiettivo è creare una visione del futuro che parta davvero dal basso, non esiste struttura migliore di un sano partito politico. È necessario rimettere da parte i protagonismi esasperati, gli egoismi personali e le ruggini inutili che hanno paralizzato il dibattito negli ultimi quarant’anni, tanto in Italia quanto nella nostra provincia. Per fare questo, occorre però una precondizione essenziale: una riforma della legge elettorale che riconosca le diverse sensibilità e gli ideali, restituendo finalmente ai cittadini il potere effettivo di scegliere chi possa rappresentarli meglio. Solo all’interno di un contenitore trasparente e strutturato, che continuiamo a chiamare con orgoglio Partito, il fuoco della partecipazione civica potrà smettere di essere un incendio passeggero e trasformarsi, finalmente, in energia stabile per il Paese.
*Segretario Generale CGIL Lecce










