Il diritto all’abitare compromesso e le soluzioni

Lecce, 2 novembre 2025 – Pubblichiamo l’intervento integrale apparso ieri sulla prima pagina del Nuovo Quotidiano di Puglia a firma del segretario confederale della Cgil Lecce, Mirko Moscaggiuri, sul diritto all’abitare

 

“Sottrarre alla logica del mercato il soddisfacimento dei bisogni sociali, soprattutto delle persone più fragili. Dovrebbe essere questo l’orizzonte dell’intervento pubblico, specie in tema di politiche abitative. Assistiamo invece da decenni alla dismissione di ogni comparto dell’azione pubblica, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti ai servizi sociali, alla sicurezza. Un’azione che ha di fatto privatizzato il benessere della collettività e creato grandi disparità.

Le principali disuguaglianze e ingiustizie sociali oggi ruotano attorno al diritto alla casa, che pur non essendo inserito in Costituzione, è tutelato dalle sentenze della Corte Costituzionale, oltreché dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalla legislazione sociale europea, come ha ricordato su queste colonne il giudice Roberto Tanisi. A Lecce e provincia, come nel resto d’Italia, questo diritto è fortemente compromesso. Eppure le case non mancano. Anche il Salento è un territorio di “persone senza casa e di case senza persone”: in provincia ci sono oltre 518mila case, a fronte di 341mila famiglie residenti: quindi una grande parte dei 180mila immobili rimanenti sono affittati in nero, destinati agli affitti brevi o semplicemente restano vuoti. Un paradosso visto che tanti giovani lavoratori e studenti non riescono a trovare un alloggio. Basti pensare a cosa accade nella città capoluogo: ci sono oltre 12mila case senza residenti, ma allo stesso tempo 727 nuclei familiari sono in lista per avere un alloggio pubblico (per fortuna Arca Sud sta per consegnare una cinquantina di case) e oltre 600 universitari sono idonei ma senza un posto letto Adisu.

I numeri però non riescono a raccontare per intero l’emergenza abitativa che attanaglia il territorio. Migliaia di studentesse e studenti, come pure di lavoratrici e lavoratori, non presentano nemmeno la domanda di alloggio pubblico, semplicemente perché hanno un Isee troppo alto. I primi vengono consegnati nelle mani degli speculatori che aumentano vertiginosamente i prezzi per stanza: tantissimi degli oltre 7mila fuorisede pagano mediamente 300 euro al mese (spese escluse) per una camera singola, spesso neppure confortevole. Alla classe lavoratrice le cose vanno anche peggio: sono costretti infatti ad accendere un mutuo per acquistare una casa (ma lontano dalla città), perché la rata, per quanto alta, conviene rispetto al canone.

A Lecce stanno esplodendo tutte le contraddizioni di processi troppo a lungo (e tuttora) non governati. La città universitaria ha fatto lievitare i prezzi degli affitti. Ma ancora più d’impatto è la dimensione turistica, che ha costruito una città escludente ed a misura di ricco: nel centro storico il ceto popolare non esiste più, sono proliferati però servizi, attività turistiche, case di lusso e strutture extralberghiere. Negli ultimi 12 anni sono stati emessi in città 1.000 provvedimenti di sfratto per morosità, magari per far posto a più redditizi affitti brevi (1.300 strutture extralberghiere dichiarate). Nelle aree a ridosso delle mura, il mercato degli affitti transitori (studenti e trasfertisti) è il più remunerativo, ma anche quello meno regolato. A San Pio, San Lazzaro, Santa Rosa, Casermette, via Leuca è di fatto impossibile trovare un affitto a lungo termine a un prezzo che un lavoratore medio possa permettersi senza sprofondare nella povertà. Ai lavoratori perciò non resta che scegliere una casa in estrema periferia o in un altro centro abitato non ancora gentrificato. Qui però trova una dotazione infrastrutturale e di servizi peggiore. Sarebbe bene concentrare investimenti (specie quelli derivanti dagli oneri di urbanizzazione) proprio sulle periferie, per aumentarne la qualità della vita, integrarle col resto della città e farle diventare aree inclusive, in cui i residenti non si sentano marginalizzati dalla società e abbandonati dalle istituzioni.

Per allentare l’emergenza abitativa è necessario creare alloggi pubblici, possibilmente senza consumare suolo. Una via c’è: valorizzare il patrimonio esistente. Va impedita la svendita di immobili pubblici, specie in centro, per destinarli interamente (non in quota parte e per concessione temporanea dei privati) a residenze popolari e universitarie. I Comuni, piuttosto che facilitare la speculazione edilizia favorendo nuove costruzioni e ampliamenti, possono incentivare le locazioni a canone concordato, convincendo i privati che mantengono vuote le proprie case attraverso esenzioni e agevolazioni fiscali (o al contrario tassando il vuoto). Più in generale è necessario che la casa, come da sempre sostenuto dalla Cgil, torni ad essere considerata un bene d’uso, il cuore delle relazioni sociali e un diritto; non una merce o un asset da cui estrarre profitto. Lecce e molte città del Salento devono tornare inclusive. Chiunque voglia davvero agire sulle disuguaglianze, per eliminarle o quanto meno affievolirle, non può che ripartire dal ruolo sociale della casa e dal diritto all’abitare”.