“Priorità morali, il Sud paga già prezzi altissimi a questa crisi”

L’intervento del segretario generale Tommaso Moscara, pubblicato in prima pagina sul Nuovo Quotidiano di Puglia di oggi.

“Mentre le cancellerie internazionali ridisegnano i confini del mondo col sangue e col petrolio, il riverbero dei conflitti attraversa le frontiere diplomatiche e arriva dritto nelle cucine delle famiglie italiane. Entra prepotente nei portafogli dei lavoratori. Svuota le speranze di chi un lavoro lo ha perso o non lo ha mai trovato. C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che lega le speculazioni belliche al costo di un chilo di pane sugli scaffali dei nostri mercati.

Il segretario generale della Cgil Lecce, Tommaso Moscara

Il sindacato non può, non deve limitarsi ad osservare il dato statistico dell’inflazione; deve anche denunciare l’immoralità di un sistema che permette ai “grandi della Terra” di giocare alla guerra e fa pagare alle persone più fragili il prezzo più alto. Siamo in una vera e propria economia di guerra, non dichiarata ma che lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati stanno di fatto subendo. Ancora una volta e a stretto giro, dopo la batosta post-Covid e gli effetti del conflitto in Ucraina, avviene una redistribuzione della ricchezza al contrario, che toglie ai poveri per gonfiare i forzieri delle lobby delle armi, dei giganti dell’energia e degli speculatori.

La situazione generale del Paese è drammatica, ma nel Mezzogiorno assume i tratti di un’emergenza sociale senza precedenti. L’aumento spropositato dei carburanti non è derubricabile a “fastidio per automobilisti”: piuttosto è un attacco diretto alla sussistenza. In un territorio come il nostro, alle prese da sempre con la carenza di infrastrutture ferroviarie e di trasporto pubblico locale, l’auto non è un lusso ma spesso l’unico mezzo per raggiungere l’ufficio, il cantiere, l’azienda, ma anche la posta, il supermercato, il parco.

Ogni volta che il gasolio sfonda quote insostenibili, l’effetto domino è immediato. I generi di prima necessità, quelli che non possono mancare sulla tavola di un operaio o di un pensionato, subiscono rincari speculativi che nulla hanno a che vedere con la reale scarsità di merci. È la speculazione che corre sui tir, che si annida nei listini dei grossisti e che finisce per tassare sempre i soliti noti, sempre chi ha meno. Nel frattempo vediamo padri e madri di famiglia nei discount a pesare e ripesare la verdura, spesso rinunciando alla qualità, alle costose proteine, più in generale alla dignità di una spesa serena.

La crisi colpisce al cuore la produzione e stringe il mondo operaio in una morsa: da una parte l’aumento dei costi energetici che spinge le imprese a fermare i macchinari, dall’altro l’erosione del potere d’acquisto che ferma i consumi. La cassa integrazione non è più l’eccezione, ma una condizione esistenziale per migliaia di persone, anche se quella indennità basta appena per coprire l’affitto o le bollette. Ancora peggiore è la condizione dei disoccupati e dei tanti precari salentini, che magari lavorano qualche ora e figurano tra gli occupati nelle statistiche esaltate dalla propaganda di governo. La narrazione dei record però si infrange, nella migliore delle ipotesi, con la realtà di bassi salari e “lavoro povero”. Intere generazioni di lavoratori, pur avendo un impiego, non superano la soglia di povertà. E così noi contiamo i centesimi alla pompa di benzina, loro – le lobby di armi ed energia – registrano fatturati da capogiro, figli dell’instabilità, del dolore dei popoli e del favore della politica internazionale. Alla facilità con cui in poche ore si recuperano miliardi di euro per il riarmo fanno da contraltare anni di discussioni contorte su tassazione degli extra-profitti, legislazione del lavoro e salario minimo.

È una questione di priorità morali. Non è possibile che il diritto al profitto di pochi eletti valga più del diritto al cibo e al riscaldamento di milioni di persone. La crisi che viviamo nel Salento è la prova tangibile del fallimento di un modello globale, che mette il mercato davanti all’uomo, la forza davanti al diritto, l’interesse particolare davanti al benessere collettivo.

La Cgil non resterà a guardare il Salento e il Paese scivolare nel baratro. Saremo sempre e comunque per la pace tra i popoli. Ma lotteremo altrettanto convintamente per restituire dignità a chi produce ricchezza e per la giustizia sociale. Questo grido d’allarme, che parte dalle nostre sentinelle sul territorio, ossia le Camere del Lavoro, ha il solo obiettivo di smuovere le coscienze di chi decide: chi può – istituzioni, datori di lavoro, parti sociali – faccia qualcosa di concreto, perché siamo vicini a un punto di rottura sociale. La pazienza delle persone fragili sta per finire. È complicato chiedere coesione sociale a chi non sa come arrivare a fine mese, mentre assiste allo spettacolo indegno di una ricchezza indecente. Non servono bonus elettorali, servono interventi strutturali: tassazione vera degli extra-profitti, salario minimo, investimenti reali nel lavoro stabile e in una transizione energetica alla portata di tutti. Se non si inverte la rotta, se non si mette fine a questo scempio, in cui i poveri finanziano le guerre dei ricchi, la rabbia che oggi cova sotto la cenere diventerà un incendio, che nessuna retorica potrà spegnere. Ai governanti, alle lobby, agli speculatori arrivi forte e chiaro un messaggio: non saremo noi lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, a pagare le vostre guerre”.